03 Aprile 2025
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Perchè oscuriamo la vergogna del colonialismo italiano?

19-01-2025 09:49 - Opinioni
di Franco Pescali

Nelle scorse legislature alcuni parlamentari avevano presentato un disegno di legge per istituire il 19 febbraio “il giorno della memoria in ricordo delle vittime africane durante l’occupazione coloniale italiana” per ricordare la strage compiuta nel lontano 1937 dalle nostre truppe in Etiopia e prendere coscienza sul colonialismo italiano; tutti tentativi caduti nel vuoto in un Parlamento poco interessato all’argomento e nel silenzio della cultura e dell’opinione pubblica.

Intere generazioni di studenti sono cresciute dai licei fino ad arrivare alle università, senza conoscere gli effetti del colonialismo nazionale. Per anni sia a livello politico che nel mondo intellettuale, si è evitato-negato almeno fino agli anni 70 quest’argomento con la vulgata autoassolutoria e consolatoria degli “italiani brava gente”.

Le leggi razziali del 1938 che colpirono la popolazione ebraica italiana, introdotte dal regime fascista, avevano avuto un “rodaggio” con la popolazione africana assoggettata nelle colonie. Il razzismo che veniva già dai governi liberali post risorgimentali e rafforzatosi a livello europeo dopo la conferenza di Berlino del 1884, fu perfezionato dal regime fascista, prevedendo l’apartheid e l’utilizzo delle popolazioni come manodopera di basso valore, da utilizzare come schiavi per la costruzione dell’impero.

Così come nessuna nega che durante l’occupazione italiana in quelle nazioni furono create nuove città, furono costruite strade, così nessuno può negare le innumerevoli stragi compiute in Etiopia, i campi di concentramento in Libia, la lotta manu militare contro la resistenza, l’uso di armi chimiche contro la popolazione, l’uccisione e gli stupri di massa.

Le tre C che “esportavamo” ovvero Civilizzazione, Cattolicesimo, Commercio furono pagate con il sangue dalle popolazioni locali, che si videro spogliate oltre dei minimi diritti umani anche di un immenso patrimonio storico culturale, depredato e introdotto in Italia come bottino di guerra. Delle stragi compiute sulle popolazioni civili a seguito dell’attentato al Viceré Rodolfo Graziani del 19-21 febbraio 1937, alle tonnellate di aggressivi chimici usati sulle popolazioni (secondo uno studio di Angelo del Boca furono usati circa 500 tonnellate di aggressivi chimici) i morti si aggirerebbero sul mezzo milione di persone fra le popolazioni dell’Eritrea, Etiopia, Somalia e Libia.

Da queste stragi non vennero neppure risparmiati i monasteri. A Debre Libanòs importante centro religioso copto, furono massacrate circa 2000 persone, fra monaci, pellegrini e popolazione locale, con tanto di distruzione del tempio, edificio plurisecolare di alto valore storico e culturale. Purtroppo, con la caduta del fascismo, con i nuovi equilibri introdotti dalla guerra fredda, la continuità amministrativa del personale che aveva militato durante il fascismo e che dopo la nascita della Repubblica aveva continuato ad operare, fecero calare una cortina di nebbia su quegli anni di occupazione coloniale.

L’argomento rimase così divisivo che negli anni 80, il film il “Leone del Deserto”, che narrava la vita del condottiero libico senussita Omar al Mukhatar, che si batteva contro l’occupazione italiana per la liberazione del suo paese, fu censurato e solamente nel 2009 fu trasmesso sulla piattaforma Sky. La nostra coscienza civile, democratica, Repubblicana, ci dovrebbe obbligare a prenderci “cura” di quei tragici momenti e di assumerci le nostre responsabilità; così come noi chiediamo spesso conto alla Germania di assumersi la responsabilità dei crimini avvenuti in Italia durante il nazismo, per coerenza dovremmo fare altrettanto con le popolazioni vittime del colonialismo.

Onestamente nutro poche speranze che dal nostro Parlamento venga istituita la Giornata della Memoria del 19 febbraio, ma mi auguro che la politica “fiorisca” dal basso. Se il 19 febbraio di ogni anno, almeno per un giorno si discutesse nelle scuole, nelle biblioteche, in qualche consiglio comunale, nei musei, nelle parrocchie, nei partiti, ricordando cosa è stato il colonialismo in Africa, penso che già sarebbe un grande passo nella cultura del rispetto e della pace.

Integrazione, vuol dire conoscere e conoscersi, errori e orrori compresi. Un grande ruolo dovrebbero compierlo le Università per creare una nuova generazione, diversa e migliore. Sono contrario alla cancel culture, al revisionismo storico di testi e autori classici: Shakespeare ha rappresentato mirabilmente lo spirito del suo tempo; cancellare certe espressioni o non studiarlo più, non ci aiuterebbe a comprendere il presente. Se invece, il 19 febbraio avvenisse uno scambio culturale tra docenti e studenti somali, libici, eritrei e omologhi italiani su quello che per loro ha rappresentato il colonialismo italiano, quali effetti ha prodotto, ma soprattutto confrontarsi sulla cultura del rispetto.

Così come a Sant’Anna di Stazzema da anni il governo tedesco finanzia un campus della pace dove studenti italiani e tedeschi si confrontano sul nazi-fascismo e sulle stragi compiute in Italia, così dovrebbe avvenire per il colonialismo italiano in Africa, facendo confrontare su posizione paritarie, docenti e alunni dei rispettivi paesi. Sarebbe anche importante che la Commissione Europea si impegnasse in progetti di vero aiuto verso alcuni paesi africani, smettendo di pensare solo e solamente in termini sicuritari o commerciali.

La proposta del ex Presidente Romano Prodi di costruire venti università paritarie tra il sud del mediterraneo e alcuni paesi dell’Africa sarebbe un’ottima occasione per creare una generazione “Erasmus” tra Africa e sud Europa. Le forze democratiche europee del mediterraneo dovrebbero con forza sostenere questa proposta di Prodi, per far in modo che l’Europa torni ad essere quel bacino di cultura descritto da Ferdinand Braudel e che la politica nei riguardi dell’Africa non sia discussa solo dai ministri degli interni europei, né dai mercenari russi di Wagner.

La cultura deve tornare ad essere il motore della storia. Studiare insieme aiuterà a costruire un futuro che eviti il ritorno ad un colonialismo 2.0.
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